Francesco Saverio Abbrescia – poeta di Bari, il liberale pericoloso

Francesco Saverio Abbrescia

Francesco Saverio Brescia viene ricordato come uomo di virtù, poeta e prete italiano nasce a Bari nel 1813 e, nella sua brevissima vita, portatore di saggezza e bellezza spirituale.
Unomo colto e sferzante di entusiasmo intellettuale riesce ad emergere da una fanciullezza modesta. Diviene socio di molte accademie, autore di opere storiche e religiose, noto per i versi dialettali, nei quali rispecchia l’anima popolare e liberale. Non si limita alla poesia ma compone numerosi canti, passando da uno stile solenne ad uno satirico.
Nel 1848, Francesco Saverio Abbrescia, scrive tre poemi dialettali di stampo politico a favore della Costituzione. Libertà concessa dal Re Ferdinando II di Borbone che ne tradisce subito dopo i dettami e per questo l’Abbrescia viene accusato e oggetto di un processo penale che inizierà nel 1851 e bloccato in seguito all’indulto. Tuttavia, gli rimane la segnalazione come “liberale pericoloso”. Abbiamo tratto il testo che segue dal POLIORAMA PITTORESCO, per così dire una rivista del tempo che si prefiggeva lo scopo di divulgare “utili conoscenze di ogni genere” e “a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia”.


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V ’ha di talune epoche nella vita , m cui l’uomo ama possentemente l’esistenza; sia perché ne goda tutta l’ebbrezza, sia perché la consideri come unico mezzo a raggiungere un brillante avvenire, che gli sorride di liete imagiui, ponendogli dinanzi agli occhi quel fantasma ingannevole ma pur lusinghiero, che dicesi felicità.
Allora è assai triste l’idea di poter incontrare sulla via la bocca d’un sepolcro, e dovervi scendere prima che toccar quella meta , da cui pochi passi, forse un sol passo lo separa. Ma la morte non conta gli anni, né usa indagare le speranze o i triboli di coloro che debbono cader sue vittime.
Iddio le ordina di colpire ed ella ubbidisce. Epperò è a reputarsi avventurato colui, che negli ultimi istanti volgendo uno sguardo al passato, potrà venir nella certezza di aver compiuta la sua missione, e rimanere a’suoi concittadini un nome da benedire ed un esempio da imitare. Nè ia ingiustizia del mondo oserà levarsi contro la sua memoria; perciocché la mano di morte pone sufficiente intervallo tra colui che giudica e colui che dev’essere giudicato.


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Tanto avveniva di Francesco Saverio Abbrescia, vero modello di cariti evangelica, specchio chiarissimo (Fogni bella virtù. Ben egli co’suoi studi s’aveva procacciata im’altezza dignitosa, onde allargava i raggi dell’intelletto e del cuore ad illustrare il suo paese ed a confortare i suoi simili.
Ben egli avrebbe presto toccato il segno di tutti i suoi desideri, se quel destino inevitabile che toglieva a Napoli ed all’Italia l’Autore de’Canti del Parerò, il non abbastanza rimpianto P. P. Parzanese, quasi nello stesso tempo non fosse venuto a recidergli i giorni, mentre già conce¬ piva i più nobili proponimenti e le più belle speranze. Discare adunque ci sembra non dover tornare queste poche notizie raccolte intorno alla vita ed alle opere di lui, e che saranno come un fiore deposto sulla sua tomba, e come un omaggio alla virtù.


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Francesco Saverio Abbrescia nacque in Bari il 13 luglio dell’anno 1813 da parenti di men ohe mediocre fortuna; ma a compensar tale mancanza di nobiltà e di ricchezze Iddio gli concesse una mente ed un cuore atti a sublimarlo su tutti coloro, che troppo poveri di merito personale, rammentano solamente il nome ed i fasti degli antenati.
Fin dai primi anni il misero giovinetto vide nel triste orizzonte onde era circondato, un punto di luce divina, che gli metteva nell’anima tutta l’ansia d’un’ ardente passione, e che doveva servirgli di guida nel suo cammino. Egli pensò alla gloria, provola forza di questo sentimento, e decise acquistarne a qualunque I costo.
Né valsero ad isgomentarlo le strette condizioni di sua famiglia, o la propria gracilezza: quel punto brìi- ‘ lava sempre innanzi alla sua mente, ed era mestieri guardi di religione ed una particolar vocazione avevaio indotto il fermo proposito di darsi interamente agli studi di letteratura, filosofia e teologia, che venne prima espletando con suo grande onore ed ammirazione di tutti, parte nel Re ai Liceo delle Puglie, parte nel seminario Arcivescovile di Bari.
Gii la sua modestia e le sue belle qualità avevangli acquistata la benevolenza non pur di quanti lo conoscevano, ma particolarmente dell’illustre letterato il Marchese di Montrone, il quale trovandosi allora a reggere la Provincia, spessissime volte fattolo a sè venire, amava richiederlo deile sue occupazioni, e dargli di molti utili consigli.


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Agli anni ventidue cominciò a tener scuola privata di lettere a buon numero di giovanetti, i quali con plauso generale dettero ogni anno pubblica prova del loro profitto.
In questo tempo medesimo prese ad esercitarsi nella sacra predicazione, e non solamente gran copia di sermoni e panegirici, ma si bene un intero quaresimale recitato nella Reai Basilica di S. Nicola ( al cui Capitolo aggre- gossi pochi mesi dopo di essere stato unto Sacerdote) gli acquistarono reputazione di bello e forbito Oratore.
Né le sue parole potevan dirsi dettate da vuota ed muti! facondia, o da lunga arte stentata nello studio de’Retori ; perciocché egli possedeva quel foco arcano, che si solleva dal cuore or con la forza d’una fiamma vulcanica che divora, or col muto calore d’una face che vivifica, quella scintilla rapida e misteriosa, che splende all’intelletto e fa tremar le vene e i polsi; e ricco di sì fortunato retaggio parlava la vera eloquenza con grazia, forza ed affetto.


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Ma non men che Oratore, era l’Abbrescia gentile e piacevole poeta, come si argomenta da molte sue rime, che sparse dapprima ne’ Giornali del Regno, furono poi ristampate in volumetti. Inoltre fu il primo cui venisse in pensiero di coltivar con canzoni sacre e profane il dialetto della sua patria, che guasto ed ibrido com’era, aveva pure le sue verginali bellezze.
Di queste poesie si formò anche una raccolta, in cui è da ammirare la spontaneità del verso e la popolarità de’concetti.
Or queste opere, e la pubblicazione di alcuni panegirici accrebbero mirabilmente la fama dell’ Abbrescia, e gli meritarono i titoli di socio ordinario della Beai Società economica di Terra di Bari, di socio non residente dell’Accademia Pontaniana, di Pastore Arcade di numero, ed inoltre il Canonicato nella Basilica di S. Nicola.
Ma quel che veramente gli fece grande onore fu la Orazio ne funebre del Sommo Pontefice Gregorio XVI, al quale dimostrò doversi attribuire umiltà ed esaltamento nella vita privata, avversità e conforto nella pubblica.
Il soggetto trovasi maneggiato con molta arte e ricco di un corredo ditali notizie, che fanno presupporre nel l’Autore molta erudizione di letteratura anche straniera.
È a notare che questo lavoro, non solamente gli meritò una lettera di belle lodi dall’Eminentissimo Cardinale Angelo Mai, ma piacque tanto all’illustre Monsignor (riliberti, Gran Priore della Basilica in cui venne recitata, e a quel Reale Capitolo, che a proprie spese vollero pubblicarlo.


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Fattosi adunque un nome, ed acquistata l’universale ammirazione, Abbrescia fu per le sue molte cognizioni e por le belle parti, onde era adorno, parecchie volte eletto a seder da interino nelle cattedre del Liceo delle Puglie, ove si distinse grandemente per due pubblici esami dati da’suoi alunni, i quali meritarono, che i loro nomi venissero ricordati dal Giornale Ufficiale del Regno.
Intanto un nobile desiderio moveva di continuo l’animoo del giovine Barese, quello di onorare la sua patria, che non povera di glorie, pur si vedono queste sciopera tamente neglette da’suoi cittadini. Ed egli animato da quel santo proponimento, cui dobbiamo VArchivio storico Italiano diretto dal benemerito Viesseux a Firenze, la Storia de monumenti del Reame di Napoli dettata da Scipione Volpicela, e la Storia della Radia di Montecas: sino pel P. Priore Cassinese Luigi Tosti, pensò di descrivere ed illustrare la Basilica di S. Nicola.
Basta svolgere i volumi dell’Ughelli, del Barollio, del Muratori, del Lapecelatro, e del Giurinone, per vedere quanta celebrità abbia avuto quel sacro tempio fin dal secolo impernio dell’Era Cristiana, allorché Urbano li si condusse in Bari a collocarvi le ossa miracolose di S. Nicolò, il Magno, trasiatate da Mira, e poi a convocarvi un Concilio.


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Inaugurato dall’antica credenza de’nostri padri, feconda inspiratrice de’monumenti dell’architettura cristiana, eretto nel pretorio pubblico appartenente al Duca Ruggiero, dotato da lui, dall’invitto Boemondo e da altri Principi Normanni il Santuario di Bari fu privilegiato, e protetto da Carlo II d’Angiò, il quale lo arricchì di feudi, di gemme, di sacre reliquie e di ottimi ordinamenti ecclesiastici.
Famoso per essere stato in ogni tempo visitato da Re, da Pontefici, da Santi, per avere accolto l’eremita Pietro reduce dal pellegrinaggio di Gerusalemme, per essersi benedette le armi e le bandiere de’primi crociati Pugliesi, capitanali da Boemondo, per aver udita la voce di S. Anseimo Arcivescovo di Qan- torburi, sostenere le ragioni della Chiesa Latina contro lo scisma della Greca, si gloria tuttavia di avere il Sovrano di Napoli a suo primo canonico, e di dare gratuito ospizio a lunghissime processioni di pellegrini, i quali traggono ogni anno da lontane regioni a visitare la spoglia del miracoloso Arcivescovo.


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Da questo rapidissimo cenno è ag’evol cosa inferire quante memorie patrie vi sieno istoriate e racchiuse, e quale attenenza abbia la sua storia a quella di Bari, della Provincia e del Regno. Eppure niuno fino allora aveva cercato di raccorre e narrare tutti i fasti di questa Chiesa Palatina, che ci ricorda uno de’più antichi pellegrinaggi, e de’più ricchi tesori d Italia, e che se molta ebbe possanza nel medio Evo e ne’tempi Baronali, conserva tuttora ammirabili pitture, bassorilievi, e regalie. Ed ecco che il giovine Francesco Saverio Abbrescia, nel cui petto tanta chiudevasi carità del loco natio, con ben meditato disegno imprese siffatto lavoro, e studiossi di appagare la lodevole curiosità dello Storico, dell’Artista, dell’Archeologo, del Diplomatico, e del dotto viaggiatore, a ciò offrendogli opportunità 1’ essere stato scelto ad Archivario della sua Chiesa.
Egli inoltre ebbe per iscopo secondario il venir rivendicando la rinomanza di quel tempio dalle sciocche osservazioni di taluni, i quali avevano cercato privarlo del suo antico splendore, scrivendo controversie giurisdizionali, ed altre Opere che morirono buon tempo prima de’loro meschini autori. Né qui vogliam dire del giudizio artistico che Abbrescia dava di quei monumenti.


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Per vedere con quanta valentia discorresse egli di tele e di gruppi marmorei, basterà leggere i suoi cenni intorno al S. Carlo Borromeo del Mancinelli, alla Crocifissione del Murarli , ed alla Pietà del Cali, che vennero pubblicati nella Raccolta religiosa, La Scienza eia Fede. Solo diciamo che quest’ opera mentre procacciava un nome durevole al suo Autore, in pari tempo aggiunta a quella- del chiaro Arcidiacono Carruba, ed alla Storia dei Petroni, che verrà presto alle luce, avrebbero fatta altera la fortunata Rari, vedendo le sue belle glorie da’suoi figliuoli rammentate. Ma troppo morte invidiò a quello sventurato ingegno, ed or ci tocca a parlare di un’ultimo suo lavoro.


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Nell’anno 1852 dovendosi celebrare la solenne coronazione di Maria SS. del Pozzo, che si venera in Capurso . Padri Alcantarini, l’Abbrescia fu degli invitati ad intessere analogo panegirico. Onorevole era l’invito, ed onorevolmente vi «corrispose, recitandola sua orazione alla presenza del chiarissimo Cardinale Mario Mattel, e di molti altri gravissimi Personaggi, i quali lodarono senza line questo lavoro dell’Abbrescia, che può dirsi veramente bellissimo sia per scelta dell’argomento, sia per copia di sacre erudizioni, sia pure per nobiltì. ed eleganza del dettato. Esso pubblicato per le stampe gli meritò in premio una grossa medaglia di argento coniata a Roma, una lettera che dimostrava la sovrana compiacenza per l’attestato di omaggio reso alla Gran Madre di Dio, e la nomina a membro della nobilissima Accademia romana di religione cattolica.


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Ecco come quella gloria, che fu il sogno della giovinezza di Francesco Saverio Abbrescia, ora veniva a ricoprirlo di tutta la sua luce, procacciandogli rinomanza éd onori, ed inanimandolo ad avanzar sempre pur nella bella via intrapresa. Né egli era tardo in rispondere a questi incita¬ menti, perciocché subito poneva mano ad altra Opera che era una Guida Storico descrittiva della città di Bari e sue più celebri vicinanze. Noi qui non parleremo né del pregio di tale lavoro, né del modo onde l’Abbrescia avrebbe saputo condurlo; ma solo esterneremo il nostro vivissimo desiderio, che altri imprenda a menarlo innanzi , essendosi ciò reso necessario per risparmiare a’viaggiatori stranieri di dover ricorrere ai così detti ciceroni, i quali danno sovente notizie false, imperfette ed esagerate; ed anche perché di qui ad un decennio per via di comparazione si possa agevolmente esaminare quanto’ sia sempre venuta immegliando la condizione di questa popolosa città, che sì celebre nelle storie d’Italia per armi, commercio, nobiltà, fortificazioni, bellezza di editici, consuetudini proprie, ed uomini illustri, ora può ben sembrare una piccola metropoli, che è pur comoda stanza a ben 30,0C0 abitanti, senza numerare i moltissimi forestieri che accoglie alla giornata, e che fra breve fornita di un gran porto risalirà in maggior fama per la perspicacia delle industrie e l’attività del commercio. Al presente l’opera di Francesco Saverio Abbrescia sarebbe già compiuta, se un morbo incurabile non l’avesse condotto al sepolcro , quando non ancora toccava il quarantesimo anno.


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Francesco Saverio Abbrescia fu autorevole della persona, di dolce ed aperta fìsonomia, e nella fronte spaziosa e negli occhi eloquenti si scorgeva proprio l’uomo nato ad essere grande. Caritatevole co’poveri, caro agli amici, nemico degli ipporiti, eccitatore agli studi della gioventù, poneva la patria in cima a’suoi affetti, e soleva preferirla ad ogni più ameno soggiorno. 11 suo conversare accompagnato da un bellissimo sorriso era dilettevole per argutezza di motti e vivacità di sentenze; ed i libri gli furono compagni indivisibili fino all’ultim’ora. Equi ci piace ripetere alcune parole del Malpica, il quale parlando di lui, volle paragonarlo a quel personaggio di Tasso, che Aroma assai, poco spera e nulla chiede. Egli bramava assai dallo studio, perché in esso soltanto trovava largo compenso alle noie della vita; sperava poco e nulla chiedeva dal mondo, perché sapeva che il vero bene non ha stanza quaggiù. Dimandati ed ottenuti i conforti della religione e lasciando alla sua desolata famiglia de’bellissimi ricordi spirituali, con esemplare rassegnazione chiuse gli occhi al sonno del Signore l’alba del 9 novembre 1852. Le lagrime di un intero popolo accompagnarono il suo feretro, e la rimembranza di sue virtù starà eterna in petto ai Paresi, che ben sapranno trasmettere agli avvenire il suo nome, come attestato di riconoscenza, ed incitamento ad imitarlo. L. Ciofi.